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Fortificazioni e uso militare della montagna
"Una valle un forte"
La necessità di chiudere le porte d'Italia a invasori in procinto di valicare le Alpi aveva segnato da tempo la vita delle vallate alpine. Ben prima dell'Unità, laddove le Alpi erano diventate una terra di frontiera fra Stati in perenne belligeranza, il destino delle vallate che offrivano passaggi in alta quota era stato dominato da esigenze militari.
Erano stati i duchi di Savoia a creare la prima linea alpina fortificata, secondo il principio: "una valle un forte". Erano nate in tal modo, fra Sei e Settecento, in tutte le vallate confinanti con la Francia, una serie di imponenti "fortezze di sbarramento": Bard, Brunetta, Exilles, Fenestrelle, Mairabouc, Demonte, Saorge, Ceva. Una cintura fortificata, collocata nelle chiuse di fondo valle, nel punto più stretto della vallata, prima dello sbocco sulla pianura piemontese. Fortezze nate dalla trasformazione di antichi castelli medievali, che chiudevano letteralmente il passaggio delle vallate alpine alle colonne nemiche.
Un sistema molto costoso, di grande impatto visivo, impressionante per il viaggiatore, ma molto vulnerabile sul piano militare, a causa della rapida crescita della potenza di fuoco e della lunghezza di tiro dell'artiglieria, nonché della facilità con cui le fortezze di fondo valle potevano essere aggirate per sentieri secondari e battute con tutta tranquillità da postazioni alpine di artiglieria poste più in alto dei forti, sulle montagne circostanti. Soprattutto nel corso dell'Ottocento, infatti, il duello tra la corazza e il cannone incominciò a volgere decisamente a favore del secondo. L'invenzione, negli anni Sessanta dell'Ottocento, della canna rigata e della retrocarica (che aumentava enormemente la precisione e la rapidità dei tiri) e soprattutto della granata torpedine (il proiettile riempito di potente esplosivo) rese i forti di sbarramento del tutto obsoleti, prima ancora che la loro ricostruzione fosse terminata. Ancora a lungo sbarrarono gli ingressi delle vallate alpine, dominarono il paesaggio con la loro imponenza, ma ridotti a caserme, poligoni d'esercitazione, prigioni o depositi di materiali.
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Il confine dell'Italia unita
L'Italia unita, con la sua lunga linea di confine estesa lungo il crinale alpino, aveva bisogno di ripensare un progetto difensivo che sfruttasse il territorio montuoso, trasformasse le "mal vietate Alpi" in una "fortezza", il crinale in una "muraglia", capace realmente di "proteggere l'Italia dai barbari". E le Alpi divennero nemiche, proprio negli anni in cui strade carrozzabili e ferrovie le avvicinavano alla pianura, mentre i trafori alpini (il Frejus fu inaugurato nel 1870, il Gottardo nel 1882, il Sempione nel 1906) bucavano le montagne, sottraendo per la prima volta nella storia le comunicazioni transalpine alla tirannia delle nevi.
La speciale Commissione Permanente per la Difesa Generale dello Stato presentò nel 1871, dopo un lavoro di nove anni, un vasto Piano Generale di Difesa che prevedeva un nuovo modello di organizzazione della difesa territoriale. Non più grandi forti di sbarramento all'imbocco delle valli, ma piccole postazioni fortificate in alta quota, a ridosso dei valichi e sui fianchi delle montagne: batterie nascoste, casematte, postazioni di tiro, piccole, mimetizzate; e nelle piane campi trincerati, tagliate, ridotte, ponti, strade e ferrovie minate, una molteplicità di opere di sbarramento (ben novantasette piazze fortificate, poi ridotte per ragioni economiche) che rallentassero un'avanzata nemica consentendo all'esercito di mobilitarsi. Era soprattutto un rovesciamento di principio: un tempo le costruzioni dovevano essere bene in vista, dovevano incutere timore, dissuadere gli attaccanti esibendo la loro mole; ora, con l'aumentata potenza dell'artiglieria, si doveva costruire in maniera più defilata, nascondendo la struttura difensiva, interrandola, mimetizzandola, cercando di offrire al nemico la minor possibilità di individuarla e di colpirla.
Tutti i colli che univano l'Italia alla Francia divennero centro di imponenti sistemi di fortificazioni. La difesa del Monginevro, ad esempio, fu affidata alla costruzione di un forte sulla sommità del monte Chaberton (3.130 metri), sovrastante la conca di Briançon, la città francese fortificata da Vauban nel XVII secolo. Un forte praticamente inaccessibile, considerato invulnerabile per la sua altitudine, che pose enormi problemi di manutenzione, poiché occorreva rifornire d'inverno, sulla vetta di una montagna, uomini sepolti sotto metri di neve. Al Moncenisio, che costituiva la principale via commerciale con la Francia, il pacifico paese di locandieri e di mercanti fu sommerso in pochi anni da un imponente sistema di fortificazioni: il forte Roncia nel 1874, il forte Cassa e il forte Varisello, nel 1878, il forte Pattacroce e forte Malamot, nel 1888, al culmine della guerra commerciale con la Francia.
Le difese proseguivano dentro la montagna. Nella galleria del traforo del Frejus, sulla nuova linea ferroviaria Torino-Modane, oltre ai fornelli di mina predisposti per far franare, in caso di conflitto, la volta e i fianchi della montagna, per timore di un attacco a sorpresa era stato ricavato, a poche decine di metri dalla linea di confine, un locale destinato a ospitare un posto di guardia, con un presidio permanente collegato con la caserma difensiva, un'imponente opera fortificata costruita all'imbocco della galleria. Da questa si poteva accedere alla galleria ferroviaria attraverso un tunnel di un centinaio di metri che s'innestava su quello principale. Nel punto di intersezione un cannone e una mitragliatrice erano sempre puntati all'interno del traforo. Al col di Tenda la galleria stradale venne sbarrata a poche decine di metri dall'imbocco italiano da una robusta cancellata di ferro, preceduta da un fosso trasversale che interrompeva il piano viabile del tunnel. Il fossato era normalmente superabile per mezzo di un ponte metallico scorrevole che poteva essere ritirato lateralmente. A fianco si trovava un posto di guardia per venticinque uomini, ricavato in un cunicolo parallelo all'asse della galleria, dal quale si poteva battere il fosso con il tiro di due mitragliatrici.
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Le Alpi fortezza d'Italia
Dopo la prima guerra mondiale, combattuta in prevalenza sui monti delle Alpi orientali, il fascismo riprese l'idea di trasformare le Alpi in una "fortezza d'Italia" mettendo a punto l'ambizioso progetto del "vallo alpino". Un progetto avviato nel 1931 (di fronte ai lavori della Maginot alpina francese), che segnò la ripresa dell'attività fortificatoria lungo l'intera estensione della frontiera alpina, secondo un disegno strategico moderno: non più opere massicce e facilmente individuabili, con obici di lunga gittata che richiedevano molti serventi e una pesante struttura di appoggio, ma piccoli capisaldi, indipendenti, invisibili, in caverna, in altura e in prossimità della frontiera, armati con mitragliatrici e batterie di piccolo calibro. Un progetto costosissimo che non servì a nulla nella seconda guerra mondiale e venne completamente smantellato dopo i tratti di pace del 1947.
inizio pagina Bibliografia
Alpini. Storia e leggenda , a cura di Silvio Bertoldi, 3 voll., Compagnia generale editoriale, Milano 1978-9
Gianni Oliva Storia degli alpini, dal 1872 a oggi, Mondadori, Milano 2001
Mauro Minola, Beppe Ronco, Fortificazioni nell'Arco Alpino. L'evoluzione delle opere difensive tra XVIII e XX secolo, Priuli e Verlucca, Ivrea 1998
Dario Gariglio, Mauro Minola, Le fortezze delle Alpi occidentali, 2 voll., L'Arciere, Cuneo 1994-95
Marco Boglione, Le strade dei cannoni. In pace sui percorsi di guerra, Blu Edizioni, Torino 2003
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