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Montagne sul grande schermo
La legge della montagna
Nel grande cinema di fiction la centralità della montagna e delle figure che con essa si misurano (alpinisti, montanari, guide alpine, combattenti, turisti in vacanza) non è molto frequente.
Escludendo i film che propongono le Alpi come scenario nel quale vi svolgono eventi bellici - la guerra di trincea del '15-'18 o la guerra partigiana contro i tedeschi e i fascisti -, suggeriamo alcune riflessioni, avvalendoci di qualche esempio, su differenti modalità attraverso le quali la montagna è stata rappresentata nel cinema.
Il primo filone interpretativo è quello che potremmo intitolare, "la legge della montagna". Si tratta di film in cui gli scenari alpini, suggestivi, attraenti e pericolosi, contribuiscono a drammatizzare le vicende che vi sono ambientate, accentuandone la tragicità degli esiti. Tema dominante di queste pellicole è, sul piano narrativo, la rivalità alpinistica, ma non solo: la montagna, depositaria di una legge a cui non è possibile sottrarsi, raccoglie la sfida di coloro che su di essa si cimentano e e si propone come elemento di ricomposizione del dramma umano a cui fa da sfondo. Ripristina i valori, assolve a una funzione morale inappellabile e fatale.
Talvolta la sfida alla montagna accentua e risolve non solo il conflitto tra il bene e il male, ma anche la rivalità in amore: in questi casi, conquista delle vette e conquista dell'amata sono facilmente assimilabili.
Paradigmatico è un film del 1918, Blind Husbands (nella versione italiana La Legge della Montagna) di Erich Von Stroheim (1918). Racconta di una coppia di sposi americani in vacanza sulle Dolomiti. Lui, appassionato scalatore, trascura la moglie, così che un ufficiale austriaco di pochi scrupoli (interpretato dallo stesso regista) non esita ad approfittarne. La rivalità tra i due esplode nell'arrampicata finale, con prevedibile esito finale a discapito del malvagio - più abile con le donne che non come scalatore - , decretato appunto dalla "legge della montagna". Figura non secondaria tra i due rivali è la guida alpina, vero personaggio moralmente alternativo all'ufficiale austriaco. Sepp, questo il suo nome, è imponente, sornione, placido come le montagne e sarà, alla fine, puntuale alleato del distratto marito.
Ancora più esplicito è il confronto fra scelte morali alternative nel film La Montagna di Edward Dmitryk (1956). Dopo una tragedia aerea due fratelli accorrono sul posto: il più giovane è motivato dall'unica prospettiva del saccheggio; il più anziano, esperta guida alpina, dopo essersi lasciato coinvolgere nella mala impresa, si riscatta invece con il rischioso salvataggio dell'unica superstite. Le Alpi innevate e minacciose fanno da giudice al drammatico scontro tra i due.
Un triangolo amoroso è il tema centrale di Cinque giorni un'estate di Fred Zinnemann (1982), ambientato sulle Alpi svizzere. Protagonisti sono due sposi scozzesi in vacanza. Lui aitante medico cinquantenne, lei molto più giovane. La guida alpina che li accompagna nell'escursione scopre che in realtà si tratta di zio e nipote, amanti impossibili, e si innamora a sua volta della ragazza. Anche qui, a ricomporre la vicenda interviene la "legge della montagna". Quando i due uomini si fronteggiano in un'impegnativa scalata è la giovane guida a perire, ma quell'incidente mette definitivamente in crisi l' "immorale relazione" zio-nipote. Il giovane alpinista, esempio di sincerità e altruismo, finisce, con il suo sacrificio, per essere fonte di redenzione morale per gli altri due.
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La prova estrema
La sfida alle vette è una prova estrema per pochi, un percorso di elevazione virile, morale e spirituale, un misto di coraggio e follia, dove talvolta si compie il sacrificio umano dell'eletto. Naturale dunque che il cinema, macchina che fabbrica e amplifica i miti, abbia avuto nell'alpinista un soggetto ideale da esaltare, fino alla mitizzazione. La tipologia dell'eroe alpino, epico sfidante dell'impossibile - titanico - è stato ben rappresentato, tra le due guerre, dal cinema di matrice austro tedesca e ha avuto il suo massimo esponente in Luis Trenkler.
Ma ogni scalata è anche un confronto con se stessi e con l'ignoto, la metafora di un'esperienza che ognuno di noi ha sperimentato qualche volta nella vita. In alcuni casi infatti, pur non essendo alpinisti, abbiamo bisogno di provare a noi stessi fino a dove possiamo arrivare, e la natura, che volenti o nolenti ci domina con la sua onnipotenza, può diventare il nostro compagno o avversario, nel vivere emozione e paura, felicità e disperazione.
Riesce il cinema, quando ha per oggetto la sfida alle vette, a tradurre sullo schermo l'intensità, la tensione, la follia di questa sfida? Per riflettere su questa domanda suggeriamo l'analisi di due tra i più ambiziosi film dedicati, in epoca a noi più vicina, alla figura dell'alpinista e alla poetica dell'estremo.
Grido di pietra di Werner Herzog (1991), nato da un'idea di Rehinold Messner, racconta la sfida alla mitica vetta del Cerro Torre, in Patagonia, ascesa nella quale si cimentarono realmente Cesare Maestri e Toni Egger, e quest' ultimo vi lasciò la vita. Nel film si affrontano due alpinisti, che rappresentano a loro volta generazioni e mentalità diverse. L'uno è un giovane free-climber, bello, vanitoso, tanto spericolato nell'arrampicarsi quanto abile nel fiutare gli affari; l'altro è un alpinista di vecchio stampo, austero, granitico - non a caso risponde allo pseudonimo di "Roccia"- contrario alla commercializzazione e alla spettacolarizzazione artificiale che accompagna un certo alpinismo contemporaneo. Il film di Herzog ci fa vivere non solo la loro rivalità, ma soprattutto la lotta tra uomo e natura portata alle estreme conseguenze, sottolineando la follia implicita in chi sfida la sacralità della montagna.
Molto diverso è La morte sospesa di Kevin MacDonald (2004). Ambientato anch'esso in Sud America, racconta la drammatica vicenda di due alpinisti che nel 1985 conquistarono, giovanissimi, la vetta del Siula Grande, sulle Ande peruviane. L'ascesa fu tutto sommato facile e la vittoria nell'impresa assicurata, ma la tragedia era in agguato durante la discesa, quando uno dei due prima si fratturò una gamba, poi precipitò in un crepaccio senza possibilità di risalire in superficie. Il film di MacDonald, molto attento nel rispettare anche nei dettagli la fedeltà alla descrizione della pratica alpinistica, diventa, dalla disgrazia in poi, anche un film filosofico. Da una parte la montagna, nella sua potenza sconfinata e disumana, dall'altra l'uomo - che, spogliato di ogni celebrativo eroismo, decide comunque, e per quel che gli è concesso di agire, affrontando, in modo assurdo e disperato, la sfida per la sopravvivenza.
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Lontano dal quotidiano
In alcuni film italiani contemporanei che hanno per protagonisti il disagio o, più in generale, la condizione giovanile e le scelte relative all'ingresso nell'età adulta, l'incontro con la montagna viene proposto con tutta la distanza che lo separa dalla quotidiana, spesso assordante e insignificante, vita nella città. L'esperienza in montagna - spesso ignorata dai giovani nella sua autenticità - facilita, in questi casi, scelte e riflessioni (a cominciare dal confronto con se stessi) altrove soffocate o negate.
La gita in montagna di Alessandro è poco più di una parentesi, una breve sequenza, nel film che racconta la vita di alcuni ragazzi nella periferia della Torino post industriale. E infatti in Nemmeno il destino , di Daniele Gaglianone (2004), la montagna c'entra poco, o quasi nulla. Se non per quella sequenza, in cui esce, a forza, la presenza tangibile di un paesaggio dissonante dalla desolante realtà urbana. La quotidianità, nel film, è tutt'altro. Vuoto, solitudine, spaesamento, comportamenti antisociali: i tre protagonisti del racconto vivono una dimensione di degrado sociale, ma soprattutto affettivo. Sopravvivono ai margini della grande città senza una meta, senza un appoggio, ognuno con un fardello pesante di ricordi e di incubi ben presenti e reali. Poi uno sparisce, non si sa dove, un altro si suicida e Alessandro, il sopravvissuto, cerca di ricomporre i pezzi della sua breve quanto travagliata esistenza. L'emancipazione del protagonista, l'unico che non soccombe, è tutta interiore. Se una metafora naturalistica vi può corrispondere è proprio quel paesaggio alpino, dove Alessandro ha recuperato attimi di solitudine non conflittuale con se stesso. A due passi da una "bruttissima" Torino la montagna sembra appartenere a un altro pianeta, proponendosi però anche un luogo di una possibile evasione.
"A che servono tutte queste montagne!" esclama Fava, trucido coatto di borgata. Con ai piedi le ciabatte infradito, si sottopone malvolentieri alle impreviste fatiche della camminata che lo porterà, con gli amici, alla baita dove hanno deciso di trascorrere insieme le vacanze del dopo maturità. L'incredibile scenario delle Dolomiti, che gli si materializza davanti, non sembra suscitare in lui emozione alcuna. Ovviamente, di lì a poco, tutto sarà diverso. Mai più come prima , di Giacomo Campiotti (2005) è, come recita il titolo, un racconto di formazione. I sei ragazzi che iniziano quella vacanza in montagna, di fronte al monte Cristallo, sono tra loro molto diversi e, pur essendo stati compagni di classe per molti anni, scopriranno di conoscersi alquanto superficialmente. La montagna, insieme suggestiva e tragica, li metterà, improvvisamente e forse per la prima volta, a confronto con se stessi, con le reciproche emozioni e con il mondo degli adulti. Mai più come prima è un film che affronta tematiche complesse come la morte, la disabilità, l'incomunicabilità tra adulti e adolescenti e le loro preoccupazioni sul futuro, cercando di offrire spunti di riflessione. I pochi giorni trascorsi insieme in montagna diventano per i protagonisti un'esperienza incancellabile, che li renderà meno superficiali e più sinceri di fronte alle scelte future.
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